CONSIDERAZIONI SU EMITTENZA LOCALE E TAGLI DELLE PROVVIDENZE

Ricevo, condivido e pubblio un articolo del giornalista Davide Camera in merito ai tagli delle provvidenze e dei contributi per l’editoria.

Il mondo delle radio, piccole o grandi che siano, è in subbuglio, dopo il taglio delle provvidenze e dei contributi per l’editoria, arrivato con l’approvazione definitiva del decreto Milleproroghe, ormai legge dello Stato. La rabbia da parte degli editori monta soprattutto per un motivo, cioè che i fondi per gli organi di partito si sono trovati, mentre non c’è stato nulla da fare per i quattro milioni finora destinati al settore radiofonico. Oltretutto, ci si lamenta per un’inattesa retroattività della norma a partire dal 2009, e cioè chi pensava di partire da una base economica sicura, improvvisamente si ritrova come se una botola sotto i suoi piedi si fosse aperta. Giustamente Paolo Butturini, segretario di Stampa Romana, ha ricordato che una cifra ben superiore si è spesa per i vaccini contro il virus H1N1, poi dimostratosi complessivamente un falso allarme rispetto a quanto paventato. Colpa della politica? Non solo, a mio modesto avviso.
L’origine di tutto risale al 1990, con il varo della legge Mammì, dal nome dell’allora ministro delle Poste e Telecomunicazioni. Nel primo tentativo di regolamentare quello che davvero allora era il far-west dell’etere, tale legge iniziò dal tetto la costruzione di un edificio molto complesso. Dal tetto e non dalle fondamenta, che forse non sono mai state costruite. Le prime emittenti radiofoniche private e televisive, non a caso chiamate “radio libere”, nacquero per vari motivi: dallo svago, all’impegno politico-sociale, alla voglia di essere in onda. Ben pochi, a parte forse molti speaker che andavano in onda, pensavano ad un’attività professionale in questo settore. Attività che invece la legge impose, costringendo le emittenti – tranne quelle comunitarie – a diventare vere e proprie aziende, con tanto di dipendenti messi sotto contratto. Molti gettarono la spugna, chiusero senza neppure presentare la domanda per l’autorizzazione o la concessione all’utilizzo della frequenza da loro occupata, a seconda che si trattasse di radio o televisione. Parlando in particolare di radiofonia, altri, sostenuti magari da qualche gruppo, o da varie fortune, si svilupparono, acquistarono frequenze in lungo e in largo e si trasformarono in network nazionali o regionali. La situazione inevitabile, è che per chi decise comunque di continuare ad esistere, la vita diventò molto dura, tra la necessità di pagare i dipendenti, le bollette certo non irrisorie specie per l’elettricità dei trasmettitori, impianti, affitti, postazioni varie. Dall’altra parte, il mercato pubblicitario della radio, quello del “salumiere o mobilificio sotto casa” costava sempre meno: un po’ perché diminuiva di interesse, e anche perché progressivamente lo sviluppo di internet o dei “fogli di quartiere” lo rendeva quasi insignificante.
In tutto questo, molti editori radiofonici, dai piccoli ai grandi, pur riunendosi in varie associazioni per tutelare i loro diritti, tranne qualche eccezione, hanno mostrato il loro “peccato originale”: la necessità di diventare imprenditori, imposta dalla legge Mammì e dalle successive normative, non si è sempre trasformata in cultura imprenditoriale. Non solo chi si espandeva, ma anche chi rimaneva piccolo, molto spesso continuava a “fare la guerra” all’ipotetico avversario, spendendo energie che pochi hanno pensato di utilizzare per sviluppare altre idee e per non fossilizzarsi su un settore radiofonico via etere che – network a parte – veniva invece sempre più penalizzato. In questo mondo, per molti le provvidenze sono quasi diventate una ragione di vita, principalmente per i rimborsi alle bollette oppure agli abbonamenti alle agenzie di informazione che in qualche modo contenevano le spese, dato che altri gettiti diventavano quantomeno difficili. Questa situazione, a parte qualche lamentela e qualche tentativo anche riuscito di cercare di mettersi insieme per cercare di ottenere qualche risultato – che fosse una riduzione delle quote Siae, o quant’altro – sembrava comunque sedimentata, tra la vecchia mentalità e l’esistente. E nonostante qualche avvisaglia negli ultimi anni fosse arrivata, compresa la stessa crisi finanziaria globale, comunque molti hanno vissuto aspettando e sperando. Una speranza che tuttora è viva, perché una parte di quei contributi eliminati, potrebbe tornare con un altro provvedimento, in particolare quelli relativi al 2009. La strada, tuttavia, sembra segnata per il futuro, con conseguenze immaginabili per quanto riguarda non solo la chiusura di tante emittenti radiotelevisive, ma anche la perdita di posti di lavoro e forse, qualche problema per gli stessi editori, che spesso hanno investito o si sono indebitati sulle loro “creature”.
Una reazione forte da parte delle radio è la messa in onda di uno spot contro il taglio dei fondi, ma potrebbe trattarsi di un “chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati”. Un mondo che non ha saputo essere lobby per molti motivi, ora rischia di pagare pesantemente una situazione che forse è stata a lungo da taluni sottovalutata, ed una certa riottosità agli sviluppi tecnologici e multimediali degli ultimi due decenni.
C’è una morale che si può trarre da questa vicenda? Probabilmente ognuno trarrà la sua, purtroppo a proprie spese. Di una cosa sono comunque certo: non deve essere la radio a pagare per altri settori che si sono salvati, o autosalvati ma avrebbe potuto fare di più per avere una scialuppa di salvataggio. Forse riceverà una ciambella, che però, se tutti ci si aggrappano, non servirà a nessuno. Speriamo bene.

Davide Camera